I segni sul corpo di Dario Ramacciotti raccontano sette anni di fulgida carriera. È ancora gonfio il ginocchio a sei mesi di distanza dallo scontro fortuito col portiere dell’Artur Music Sydorenko nella finale della Euro Winners Cup, trofeo che l’“Airone” si è fatto tatuare sul braccio sinistro dopo averlo vinto col Viareggio. Una sequenza ripetuta nel cuore dell’estate: lo scudetto in bacheca, il tricolore sulla pelle, iconografia di un 2016 indimenticabile per lui e per il club bianconero che, aggiudicandosi pure la Coppa Italia, ha completato un immaginifico “triplete”. I cinque cerchi sul polso raffigurano un altro ricordo, l’argento con la Nazionale ai Giochi Europei di Baku (2015). Ma c’è ancora spazio su quel braccio per un altro tatuaggio che renda eterni i momenti legati al prossimo traguardo dichiarato da Ramacciotti (anche presidente-giocatore della Torrelaghese, squadra toscana di Seconda Categoria) senza esitazioni o giri di parole, tanta è la brama di raggiungerlo. “Vogliamo vincere il Mondiale”. Il messaggio è chiarissimo.

Mancano ancora cinque mesi (appuntamento dal 27 aprile al 7 maggio 2017 alle Bahamas), ma le intenzioni sono già serissime.

“Non partiamo per partecipare o per puntare a un piazzamento, ma per salire sul tetto del mondo. È una competizione imprevedibile che sfugge ad ogni logica. In quei dieci giorni può succedere di tutto”.

Da dove deriva questa convinzione?

“Dalla continua crescita dell’intero movimento. Siamo stati per tanto tempo fuori dalla top ten del ranking, oggi stazioniamo tra il terzo ed il quarto posto. In questi anni ci siamo allenati duramente per portare avanti questo progetto, adesso dobbiamo raccogliere i frutti del nostro lavoro”.

Come ci si prepara ad un Mondiale?

“Intanto sfruttando appieno questo periodo di riposo. Veniamo da una stagione intensa e dispendiosa lunga sei mesi. Sono sicuro che ci alleneremo come meglio non si potrebbe per farci trovare pronti. Il nostro è un gruppo composto da persone educate e rispettose, dove ognuno conosce il proprio ruolo. Non ho mai assistito ad una scenata fuori posto da parte di qualcuno”.

La doppietta rifilata alla Germania all’ultimo minuto nelle qualificazioni a Jesolo è impossibile da dimenticare.

“Quando ho siglato il gol-vittoria, si è sentito un boato incredibile, faceva impressione. L'atmosfera che abbiamo vissuto era unica, la gente ci fermava per strada, aspettava anche mezz'ora dopo la fine delle partite per farsi scattare una foto con noi”.

Brucia ancora la ferita per il ko in semifinale ai rigori contro Tahiti nel 2015?

“I rimpianti ci sono, perché avevamo disputato un grandissimo Mondiale, vincendo tutte e tre le gare delle fase a gironi e eliminando il Giappone ai quarti. Sono indescrivibili le sensazioni provate in quei momenti: sembrava di essere i protagonisti di un film. Eravamo vicinissimi a poter cambiare per sempre le nostre vite sportive. I rigori sono così, danno e tolgono. Peccato, col Portogallo in finale ce la saremmo potuta giocare. Ci temeva, ne sono sicuro. Anche perché lo avevamo già battuto due volte in precedenza”.

È molto intenso il tuo rapporto con la Nazionale.

“A me l’Italia ha dato soddisfazioni e popolarità, io per la maglia azzurra ho sputato sangue, ogni volta. Credo che chi mi ha allenato possa essere orgoglioso di me”.

E quello col ct Agostini?

“È motivato e professionale, ha la giusta mentalità. Con lui capita di confrontarsi in campo, talvolta vivacemente, sempre per il bene della Nazionale”.

Ricordi la prima convocazione in azzurro?

“Certo. 2010, partita contro la Svizzera a Zurigo, in un impianto all’interno della stazione centrale. L’allora ct Esposito doveva scegliere i dieci giocatori per la fase finale della Euro League. All’inizio nutrivo poche speranze di essere selezionato, ma in quei giorni mi sono allenato con una fame spropositata ed infatti sono rimasto in gruppo. È anche grazie a lui se ho collezionato più di 100 presenze in Nazionale”.

I rigori, dicevi, “danno e tolgono”. Il Viareggio ha vinto la Euro Winners Cup proprio dal dischetto.

“I penalty sono una lotteria. La storia insegna che nell’arco di una carriera vittorie e sconfitte si compensano. Pensiamo al calcio: l’Italia ai Mondiali, il Milan e la Juventus in Champions League. Noi in passato avevamo perso diverse volte ai rigori. A Catania è andata bene (piegati il Braga in semifinale e l’Artur Music in finale)”.

Sei abitualmente un rigorista infallibile.

“Nella finale della Euro Winners Cup ne ho battuto uno addirittura da zoppo (dopo lo scontro con Sydorenko). Andavo sereno sul dischetto, perché sapevo già come e dove calciarli. Ero in pace con me stesso perché li provavo ogni giorno in allenamento”.

E pensare che il vostro obiettivo era superare il girone.

“Quella era la nostra aspettativa, per poi vedere cosa sarebbe potuto accadere più avanti. Abbiamo regolato squadre fortissime, come la Lokomotiv Mosca, che ha un budget almeno dieci volte superiore al nostro. Ho segnato un gol nei quarti, due in semifinale e in finale. Con la protezione di un difensore come Ozu mi sentivo libero di essere nel vivo dell’azione, come piace a me: “Un casino organizzato”, come dice Eugenio Fascetti”.

Se il Viareggio ha realizzato il “triplete” molto del merito è del suo tecnico, Stefano Santini.

“Ha raggiunto una maturazione spaventosa nella gestione delle partite. È un allenatore straordinario,  ha saputo trasmettere al gruppo lo spirito giusto per vincere tutto”.

Gori meritava di essere nominato miglior giocatore del 2016?

“Assolutamente sì. Ha compiuto cose egregie quest’anno. Se io dovessi costruire una squadra, lui sarebbe il primo giocatore che chiamerei”.

E il secondo?

“Ozu”.

Tu, però, un premio lo hai ottenuto: MVP della Serie A 2016.

“È stato il coronamento di un’estate memorabile. I titoli individuali però danno soddisfazione solo quando anche la squadra vince, altrimenti non servono. Almeno non a me”.

Hai giurato fedeltà al Viareggio, rinunciando alle lusinghe di molti top club europei. Perché?

“Quando ti sposti all’estero per partecipare a tornei o gare di esibizione, puoi correre il rischio di farti male. Reputo che sarebbe una mancanza di rispetto nei confronti del club e della Nazionale, che investono su di me. Preferisco costruire qualcosa di significativo in una realtà, Viareggio, che non mi è mai stata stretta, soprattutto adesso che siamo campioni d’Europa. Giocare nella squadra della mia città è sempre stato un onore per me”.

Il pubblico si sta avvicinando sempre più al beach soccer.

“Quando i tifosi si riuniscono in un pub, davanti alla tv per vederti giocare, o gremiscono il Beach Stadium, capisci che la strada intrapresa è quella giusta. Nella tappa di casa contro la Lazio lo spettacolo è stato allucinante”.

Soprattutto a Viareggio, dove il beach soccer è nato non casualmente, bensì per un motivo ben preciso.

“Chi lo porta avanti non lo fa per guadagnare o apparire, ma per tenere vivo il ricordo di Matteo Valenti. Anche per questo sarebbe bello far giocare qui la Nazionale, un giorno”.

Come te lo immagini il tuo futuro?

“Continuerò a giocare, per quanti anni ancora non lo so. Mi piacerebbe un ruolo dirigenziale, sempre in questo ambito”.

Il beach soccer italiano è stato funestato da due tragedie nel 2016: prima Marinelli, poi Zambelli.

“Non li conoscevo bene, ma ho giocato contro entrambi. Io, come i miei compagni, siamo rimasti molto scossi per questi due gravissimi lutti”.  

 

Intervista a cura di Gabriele Noli